15 Lug Il designer di moda più influente della storia probabilmente non era nemmeno un designer.
Frase che può sembrare provocatoria, ma fino a un certo punto. Se lo chiedeste agli stessi designer, quelli veri, quelli che con le immagini ci combattono ogni stagione, molti finirebbero comunque lì. Prima o poi, in qualche moodboard, in una reference dimenticata sopra un tavolo di studio, Bowie compare sempre.
Ed è interessante che accada proprio nella moda. Perché forse è stato il primo territorio a capire davvero cosa Bowie stesse facendo. O meglio: a capire che non stava semplicemente “vestendosi”. Stava costruendo un linguaggio.
La moda, fino a un certo momento, aveva ancora un rapporto abbastanza rigido con l’abito. Eleganza, appartenenza, status, trasgressione perfino, ma dentro codici abbastanza riconoscibili. Bowie invece rompe qualcosa. Trasforma l’immagine in narrazione continua. Crea personaggi. Lo stile si evolve e diventa mutazione continua.
Ed è probabilmente lì che nasce molta della moda contemporanea.
L’idea che una collezione possa essere un alter ego. Che un brand possa funzionare come una personalità parallela. Che il vestire non serva a rappresentare ciò che si è, ma anche ciò che si potrebbe diventare. O fingere di essere.
Oggi sembra normale. Ogni stagione deve avere un mondo, un racconto, un’identità emotiva. Ma negli anni Settanta questa idea non era ancora così evidente. Bowie invece la rende popolare, leggibile, quasi inevitabile.
La moda capisce immediatamente il potenziale di quella costruzione. Perché Bowie non separava mai il corpo dalla performance. Silhouette, trucco, postura, colore dei capelli, teatralità, fotografia, movimento: tutto faceva parte dello stesso sistema visivo.
Le collaborazioni con Kansai Yamamoto restano decisive proprio per questo, performance che passavano attraverso il vestito. La moda smetteva di decorare il corpo e iniziava a trasformarlo.
E forse è qui che Bowie diventa fondamentale per i designer. Oltre che per una questione estetica, le tute, il glam, il make-up, perché introduce un metodo. L’idea che la moda possa costruire identità temporanee. Personaggi. Eteronimi quasi.
Mi viene in mente Pessoa. L’idea di essere diversi da sé stessi. Oppure certi personaggi di Fellini, che sembrano vivere sospesi tra autobiografia e invenzione. Bowie rende tutto questo visibile dentro la cultura pop e la moda assorbe immediatamente quel meccanismo.
Anche la questione del genere cambia completamente. Bowie mina i confini tra maschile e femminile in un’epoca in cui il menswear era ancora estremamente rigido. Ma la cosa interessante è che la moda comprende subito la forza visiva di quell’ambiguità, come possibilità estetica nuova.
Gran parte del linguaggio contemporaneo, dal genderless al tailoring contaminato dal rock, fino all’ossessione attuale per la “fashion identity”, nasce anche da lì.
Per questo Bowie continua a tornare nella moda contemporanea, perché ha indotto una struttura mentale, perché ha insegnato alla moda una cosa che oggi sembra ovvia: l’immagine serve per creare un universo intero.
La moda non anticipa quasi mai il futuro. Ha un talento molto più raro: riconoscerlo quando arriva da altrove.
The Ballets Russes