Ci sono immagini che arrivano prima del loro tempo. Questo è il racconto di un metodo che ho visto ripetersi, sotto forme diverse, senza mai chiedergli il nome.

Vidi Back in the Days, il libro di fotografie di Jamel Shabazz. Lo comprai d’istinto.

Quelle immagini raccontavano i ragazzi di New York attraverso gli abiti, le posture, gli atteggiamenti: una cultura che sembrava avere già trovato il proprio linguaggio visivo.

Per qualche anno il libro rimase lì, in attesa.
Poi si riaccese la curiosità. Una foto, una collezione, una campagna.

Koto Bolofo, acclamato fotografo, individuò Islington, a nord di Londra, come luogo dove scovare giovani della metà degli anni Duemila, discendenti inconsapevoli dei ragazzi fotografati da Shabazz, con quell’attitudine che continuavano a esprimere senza conoscerne l’origine.

Lui spiegava e io li vedevo ascoltare con attenzione.

In quella scena c’era già una delle caratteristiche dell’Hip Hop: prendere ciò che esiste, spostarlo, modificarlo e trasformarlo in qualcosa che appartenga a una nuova generazione.

I primi segnali: nel 1996, da Romeo Gigli, c’è Tupac con la fidanzata Kidada Jones. Accompagnato dai suoi bodyguard, sfila in passerella per la collezione maschile SS97 con un abito oro e l’immancabile medaglione della “Death Row Records”. La stessa settimana, sempre a Milano, si esibisce con California Love alla presentazione di Gianni Versace.

Un corpo e un linguaggio non previsti in quelle sale, che la sala accolse per curiosità, per moda, senza ancora capire cosa stesse per succedere davvero.

Una trasformazione più profonda stava già maturando nella strada.

Dapper Dan, ad Harlem, aveva intuito il potere dei codici del lusso. Prendeva loghi e materiali delle grandi maison, li ricostruiva sui propri capi e li restituiva a un pubblico diverso. Il procedimento ricordava il sampling: un materiale esistente veniva isolato, manipolato, ricomposto e dotato di una nuova identità.

Quella stessa logica, appartenuta alle fotografie di Shabazz, sarebbe riemersa molti anni dopo nel lavoro di Ye.

Quando lo incontrai, il suo progetto era ancora in formazione.

Una sera ricevetti una telefonata.

“Hi, it’s Kanye.”

Voleva incontrarmi.

L’incontro avvenne in un hotel a Parigi, dove aveva affittato un intero piano. Erano tutti scalzi. C’erano almeno trenta persone distribuite intorno a diversi tavoli: musica, video, stage, merchandising, moda.

Ye passava da un tavolo all’altro con una lucidità sorprendente.

Quella stanza era già la rappresentazione del progetto che stava cercando di costruire. Mi parlò di Stax: musica, moda, architettura, cibo, immagini, tutto dentro un’unica identità. Una sorta di Bauhaus contemporanea.

Lo ascoltavo e pensavo che fosse una follia.

Ma era esattamente il tipo di follia che stavo cercando.

“It’s hard work”, replicai.

“Yes, I know. That’s why I need people like you.”

Una settimana dopo mi chiamò per sapere se avessi deciso. Gli dissi di sì.

Mi parlò del suo nuovo album: Yeezus.
Lo ascoltai e qualcosa si mise a posto.

Non era Rap nel senso in cui fino ad allora avevo pensato al Rap. Era qualcosa di più ampio, più disturbante, più difficile da classificare.

“Non credo mi sarei mai avvicinato al Rap senza questo disco.”

La musica mi aveva fatto comprendere il progetto meglio di qualsiasi spiegazione.

Ye guardava agli oggetti come a materiali da spostare e ricomporre, utilizzando capi già esistenti come materia prima. Gli interessava il loro vissuto, la loro superficie, la memoria contenuta nell’oggetto. Il processo consisteva nel farli attraversare da una nuova idea fino a trasformarli.

Il compito del team creativo: il processo progettuale tra creatività e tecnica.

Un breve cenno per chi è estraneo alla materia.

“La programmazione di una tela”.

La prima fase è la creazione di una mappa concettuale, nella quale si evidenziano gli argomenti principali, l’atmosfera che deve permeare la collezione, le forme, l’aspetto dei tessuti, i colori.

Si producono i disegni e si procede con la ricerca accurata dei “samples” da utilizzare per forma e vestibilità, che nel caso specifico servono a creare il simulacro del prodotto finale.

Si danno indicazioni ai modellisti per creare la prima base: un prototipo grezzo realizzato con una tela bianca, in gergo semplicemente “tela”, sulla quale si verifica la vestibilità e si procede con la sdifettatura.

Contestualmente si procede con le prime prove di tintura e lavaggio sui tessuti assegnati, per verificarne la reazione.

Si produce il primo prototipo vero e proprio, con il tessuto, la forma e i trattamenti scelti.

Il primo prototipo è ancora una fase intermedia: si modificano i dettagli, si verifica la costruzione, si mette a punto la vestibilità, si controllano i restringimenti e la reazione dei componenti nei casi di tintura a capo finito.

Lavaggi e sovratinture necessitano di ulteriori controlli specifici.

Il prodotto ancora prima del nome.

Eric, un amico e collega, collaborava al progetto. Mi raccontò l’aneddoto dei Daft Punk.

“Aveva dato loro alcuni samples e chiesto di lavorarci. Il risultato aveva inevitabilmente il loro suono. Ye lo affidò allora a un giovanissimo DJ, chiedendogli di rovesciarlo completamente. Quando tornò ai Daft Punk, rimasero sorpresi.”

Quella storia mi spiegò il suo metodo.

Di nuovo il telefono.

“What kind of music are you listening to these days?”

“The Eraser, by Thom Yorke.”

“Me too.”

Gli risposi citando il verso:

“We think the same things at the same time.”

Sincronicità, connessione.

Qualche tempo dopo, durante una sessione di lavoro, prima di cominciare mise proprio quel CD.

La musica costruiva il mood dal quale il lavoro doveva nascere.

Ye conosceva profondamente i codici del Rap e sapeva quanto fosse difficile modificarli. Ripeteva: “We are the new rockstars, Rap is the new Rock’n’Roll.”

Come dargli torto? Sulle copertine non c’erano rockstar.

L’idea di rubare qualche simbolo faceva già parte del metodo.

Il primo cortocircuito avvenne quando cominciò a portare jeans stretti. Lo diceva con un po’ di amarezza: il suo mondo non lo capiva, non era pronto. Tentarono di dissuaderlo; era considerato un tradimento.

L’oversize, più che la regola, era il dogma. La silhouette aveva un significato e ogni scelta apparteneva a una cultura precisa.

Lui aveva deciso di spostare quel codice.

Con Adidas arrivò il passaggio successivo: trasformare quell’idea in un prodotto industriale.

Era la fine del 2014.

Il rapper non era più soltanto qualcuno che indossava la moda. Diventava autore d’immagine, collaboratore, infine creatore.

Yeezy Season 1 stava per arrivare.

Feci un video in cui Ye si produsse in un esilarante siparietto. Succedeva di solito quando provava su se stesso qualcosa che sentiva suo.

“You want the future? Here is the future.”

Ho perso quel video.

La frase, invece, è rimasta.

Ripensandoci oggi, quel futuro era un modo di costruire moda attraverso musica, persone, immagini, materia e tecnologia.

Shabazz aveva fotografato un linguaggio mentre nasceva.

Dapper Dan aveva preso i codici del lusso e li aveva trasformati per un’altra cultura.

Ye aveva portato quella stessa attitudine dentro un sistema creativo e industriale, fino a modificare il processo stesso attraverso cui un prodotto poteva nascere.

Tre momenti diversi della stessa intuizione.

Forse è questo che l’Hip Hop ha lasciato alla moda: la possibilità di guardare ciò che esiste come materia ancora aperta, pronta a essere spostata, campionata, contaminata e restituita con una nuova identità.

We think the same things at the same time.

Ferruccio Pozzoni

Homo faber fortunae suae. L’uomo è artefice della propria fortuna, ma anche – e soprattutto – della propria capacità di trasformare la materia. È questo il filo conduttore di Homo Faber 2026 – An Island of Light, la quarta edizione della biennale internazionale dedicata all’artigianato contemporaneo, in programma a Venezia dall’1 al 30 settembre.

Il cuore della manifestazione è ancora una volta l’Isola di San Giorgio Maggiore, negli spazi della Fondazione Giorgio Cini. Ma quest’anno l’esperienza assume una dimensione nuova: la luce diventa materia narrativa, elemento capace di accompagnare il visitatore attraverso opere, installazioni e gesti artigianali.

A firmare la direzione artistica è Es Devlin, artista e designer britannica conosciuta per le sue grandi installazioni scenografiche. La sua visione mette in dialogo luce, materiali e mano umana, costruendo un percorso nel quale l’artigianato non viene semplicemente esposto, ma vissuto.

Sono 15 installazioni immersive a scandire il percorso sull’isola, insieme alle opere di centinaia di artigiani provenienti da diverse parti del mondo. Ceramica, vetro, tessuti, legno, metallo e altri materiali raccontano la varietà del “saper fare” contemporaneo, in un continuo dialogo tra tradizione e sperimentazione.

Homo Faber  è un invito a guardare da vicino il lavoro dell’artigiano, a comprenderne i tempi, i gesti e la relazione quasi fisica con la materia. Dimostrazioni dal vivo, laboratori, incontri e visite permettono al pubblico di entrare nel processo creativo e di scoprire quanto ancora oggi la mano dell’uomo possa essere protagonista nell’epoca della produzione industriale e digitale.

Dall’Isola di San Giorgio il percorso si apre alla città. Con Homo Faber In Città, Venezia diventa parte integrante della manifestazione: mostre, eventi, incontri e itinerari conducono alla scoperta di botteghe e maestri artigiani, riportando alla luce quel patrimonio di competenze che da secoli costituisce una delle identità più profonde della città lagunare.

DOVE: Fondazione Giorgio Cini, Isola di San Giorgio Maggiore, Venezia
APERTA: tutti i giorni dalle 10:00 alle 19:00

CHIUDE: il 30 settembre

COME ANDARCI: con il treno per poi prendere il vaporetto linea 2 e scendere all’Isola di S.Giorgio.

PER TUTTE LE INFORMAZIONI:  www.homofaber.com 

DORMIRE:Venezia, si sa, non è certo a buon mercato. Esistono però anche delle giuste vie di mezzo, e ve ne segnaliamo un paio a due passi dalla fermata Accademia della linea 2 dei vaporetti, indispensabile per raggiungere la nostra meta. Siamo nel sestiere di Dorsoduro, una delle zone di Venezia dove i turisti non sono ancora la parte dominante.

Gli indirizzi che vi proponiamo si trovano inoltre a pochi minuti dalla Fondazione Peggy Guggenheim e dalle Gallerie dell’Accademia, e soprattutto dalla Basilica della Salute. Proprio accanto alla Basilica si trova Casa Sanlorenzo, che ospita due mostre di Homo Faber dedicate ai maestri artigiani di Venezia e del Veneto.

Il primo è l’Hotel American Dinesen gradevolissimo hotel affacciato su una calle in Dorsoduro, 628. Tel. +39.041.52.04.733 www.hotelamerican.com

Il secondo è proprio di fronte all’hotel ed è il B&B Suite735 in Dorsoduro 735/A Tel. +39.041.52.08.051 www.suite735.com

MANGIARE: c’è solo l’imbarazzo della scelta tenendo sempre d’occhio il rapporto qualità e prezzo. Rimanendo in Dorsoduro:

Il primo si trova a un passo dalle segnalazioni suggerite per il dormire. “Al vecio forner” una tipica osteria veneziana colpita dall’affluenza turistica, ma integra nello spirito culinario e dall’accoglienza. Si trova in Dorsoduro 368 Tel.+39.041.521.0343 ed è sempre aperta (la cucina chiude alle 22:30).

Il secondo si trova a due passi. “Al vecio Marangon” in Dorsoduro 1210 – Calle della Toletta, piccolo con sedute anche appena fuori. Un’ottima cucina veneziana. E’ indispensabile prenotare, fortuna a parte. Tel. +39.041.277.85.54 www.alveciomarangon.com

Terzo, sempre a due passi, non poteva mancare un riferimento per i cichetti, ma anche ottimi panini fatti al moneto per pranzo, “Le cantine del vino Già Schiavi” in Fondamenta Nani 992, è uno tra i migliori Bacari veneziani, un riferimento storico ai piedi del ponte che porta a San Trovaso e davanti allo storico Squero. Occho, la domenica è chiuso, gli altri giorni apre alle 08:30 e chiude alle 14:00 per riaprire alle 16:00 e chiudere alle 20:30. Tel. +39.041.523.00.34 www.cantinaschiavi.com 

C’è un modo diverso di viaggiare: quello di chi, davanti a un paesaggio, non si limita a guardare, ma sente il bisogno di fermare sulla carta ciò che vede. È il viaggio di William Turner, grande pittore romantico inglese e instancabile esploratore tra Inghilterra, Francia e Italia.

Fino al 27 settembre, Como rende omaggio a questo straordinario artista con la mostra “Turner. L’incanto del Lago di Como e del paesaggio italiano”, un percorso che permette di entrare nel mondo del pittore attraverso le sue opere e i suoi appunti di viaggio.

Turner viaggiava con i suoi quaderni e blocchi da disegno, che utilizzava quasi come una macchina fotografica ante litteram. Con pochi tratti, rapide annotazioni e delicati acquerelli riusciva a catturare ciò che colpiva il suo sguardo: una montagna, il profilo di una città, una luce improvvisa, il riflesso dell’acqua, il mutare del cielo.

E proprio il Lago di Como fu per Turner una fonte inesauribile di emozioni e suggestioni. Il paesaggio italiano, con la sua luce, i suoi colori e la forza della natura, divenne per lui molto più di un semplice soggetto da rappresentare: fu un’esperienza visiva capace di trasformare profondamente il suo modo di dipingere.

Nei suoi taccuini il viaggio prende così la forma di una memoria visiva: piccoli schizzi e acquerelli che, nati spesso con la rapidità di un’istantanea, diventano testimonianze preziose di un’epoca e, insieme, il laboratorio creativo di uno dei grandi maestri della pittura moderna.

Visitare la mostra significa quindi non soltanto ammirare Turner, ma viaggiare con Turner: seguire il suo sguardo, ritrovare nei suoi disegni l’Italia dell’Ottocento e lasciarsi sorprendere ancora una volta dall’incanto del Lago di Como.

Il percorso espositivo si snoda in due sedi. Nel Palazzo del Broletto sono esposti sette acquerelli dell’artista, che permettono di cogliere la straordinaria capacità di Turner di raccontare il paesaggio attraverso la luce e il colore. Qui è inoltre possibile assistere al film immersivo “J. M. W. Turner: On the Wing”, dedicato alla vita e ai viaggi dell’artista.

Nella Pinacoteca Civica, invece, trovano spazio quattro grandi dipinti a olio, che completano il percorso offrendo una visione più ampia della ricerca pittorica di Turner e del suo rapporto con il paesaggio italiano.

Un viaggio, dunque, che parte dai piccoli segni tracciati sui taccuini e arriva alle grandi tele: dal gesto rapido dell’artista viaggiatore alla potenza evocativa della sua pittura.

Organizzata dal comune di Como e Tate di Londra con progetto espositivo curato da Elisabeth Brooke.

DOVE: Palazzo del Broletto e Pinacoteca Civica
APERTA: da martedì a domenica dalle 10:00 alle 18:00

CHIUDE: il 27 settembre

COME ANDARCI: auto, parcheggio alle spalle del Tribunale oppure treno e due passi sul lungo lago

PER TUTTE LE INFORMAZIONI:  www.oggiacomo.it

DORMIRE: Como è un riferimento d’accoglienza d’alta gamma e si sa, non per tutte le borse, ciò non toglie che ci siano riferimenti interessanti ed originali

Il primo è il Bellavista Hotel & Ristorante un originale hotel 3 stelle realizzato a fine 800 con un impronta Liberty e da poco ristrutturato. Belle camere ed uno spettacolare affaccio sul Lago di Como. Si raggiunge in auto o in Funicolare che si trova a 10 metri. Piazza Bonacossa a Brunate  Tel. +39.031.22.10.31 www.bellavistabrunate.com

Il secondo è la Trattoria Laghee di Cernobbio che oltre ad essere ristorante è anche B&B di qualità, strategicamente ben posizionato camere +39.031.34.23.17 www.trattorialagheecernobbio.it

MANGIARE: offerta altissima con enorme turnover ai tavoli. Però due segnalazioni:

La prima: A due passi dal Duomo, il Ristorante Pepe Nero riesce a distinguersi per l’elevata qualità della cucina. Pur rispettando le caratteristiche e le esigenze di un locale turistico, propone piatti della tradizione rivisitati con creatività, sempre con equilibrio e cura.

Ottima anche la proposta della pizzeria. A completare l’esperienza, davvero encomiabile la gentilezza e la professionalità del personale di sala, sempre attento e disponibile.

Via Pietro Boldoni 26 Tel. +39.031.26.03.33 www.pepenerocomo.com 

La seconda è sempre per un locale a due passi dal Duomo, l’Osteria del Gallo, è l’ultima osteria di Como, tipica ed accogliente. Piatti genuini della tradizione lombarda ben cucinati e proposti con un finale di ottimi dolci. Ai lati dell’affollamento in Via Vitani 16. Tel. +39.031.38.68.025, nessuna presenza sul web se non fotografie e commenti. 

Lecco

Fino al 27 settembre, le sale di Palazzo delle Paure a Lecco ospitano la mostra Hokusai. Il segreto dell’Onda che attraversa l’Europa, dedicata al grande maestro giapponese Katsushika Hokusai (1760-1849).

L’esposizione presenta 43 opere dell’artista, celebre pittore e incisore, tra i massimi interpreti dell’ukiyo-e, le celebri stampe del “mondo fluttuante”, che raccontano la fugacità dell’esistenza e la bellezza dell’effimero.

Artista eccentrico e straordinariamente meticoloso, Hokusai è conosciuto in tutto il mondo soprattutto per La grande Onda al largo di Kanagawa, capolavoro presente in mostra insieme ad altre opere che celebrano la potenza della natura, dell’acqua e la resilienza dell’uomo. Un dialogo artistico che trova una cornice particolarmente suggestiva sulle rive del Lago di Como, a Lecco.

La mostra è curata da Paolo Linetti, direttore del Museo d’Arte Orientale Collezione Mazzocchi di Coccaglio (BS), ed è prodotta e realizzata da ViDi Cultural e Ponte43, in collaborazione con il Comune di Lecco e il Sistema Museale Urbano Lecchese.

È anche l’occasione per passeggiare sul lungo lago lecchese ed il suo centro storico.

Dove: Palazzo delle Paure – Piazza Venti settembre 22 – Lecco

Aperta: martedì dalle 10:00 alle 14:00, gli altri giorni aperta sino alle 18:00, chiusa il lunedì.

Chiude il 27 settembre

Come andarci ?  Treno, molto comodo, o auto, occhio al parcheggio.

Dove dormire e mangiare 

Sono molteplici i locali nella zona della mostra, c’è solo l’imbarazzo della scelta.

Per mangiare, indiscutibilmente bene, il consiglio è di portarsi al ristorante “ Da Giovannino ”.

Sul bel lungolago di Malgrate, a poco più di un kilometro dalla mostra, cucina creativa e pizza gourmet davanti ad un panorama unico.

Tel. 0341.20.11.33. www.ristorantedagiovannino.it

Per dormire il miglior consiglio è per la “Casa sull’Albero”, un hotel che è una scoperta, una location originale, bella come poche, per un giusto relax e per ricaricare le energie. www.casa-sullalbero.eu

Tel.0341.188.0440.

In alternativa non poteva mancare l’Hotel “Promessi Sposi”, il richiamo al classico della letteratura italiana che da qui prende il via. Hotel di classe con una magnifica terrazza panoramica. www.hotelpromessisposi.it

Tel. 0341.20.20.96

Per ulteriori info 

www.simulecco.it  

www.vidicultural.com 

Il mio percorso è iniziato all’Istituto Statale d’Arte Applicata di Monza, una scuola straordinaria dove creatività e visione sembravano respirarsi nei corridoi.

All’università ero convinto di voler cambiare direzione. Poi sono arrivati Max Horkheimer e Theodor W. Adorno con Dialettica dell’Illuminismo, insieme a Walter Benjamin e al suo L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica. Idee talvolta convergenti e talvolta distanti, che mi hanno riportato irresistibilmente verso l’arte, il design e il fascino senza tempo della Bauhaus.

La fotografia è stata il mio primo grande amore. Ho lavorato come corrispondente per un’agenzia fotografica francese e ho avuto l’opportunità di attraversare gli studi di Aldo Ballo e Oliviero Toscani. Eppure il mio immaginario è sempre rimasto profondamente legato allo sguardo poetico di Ugo Mulas.

Successivamente la vita mi ha portato altrove, ma sempre all’interno del mondo delle idee, della cultura e dell’estetica. Ho fondato una radio, un settimanale, due librerie di cui una ospitava una piccola e significativa galleria d’arte Progetti diversi, accomunati dalla stessa ricerca di bellezza, linguaggio e cultura.

Oggi opero da molti anni come imprenditore nel settore multimediale e ho la fortuna di continuare a vivere tra comunicazione, arte e creatività, seguendo ancora quella scintilla che si è accesa tanto tempo fa e che continua, ogni giorno, ad alimentare il mio lavoro e la mia curiosità.

È uno dei più importanti festival internazionali di fotografia contemporanea in Italia ed è giunto alla sua XI edizione. Ogni anno trasforma l’intero centro storico in un museo diffuso, con mostre allestite all’interno di palazzi storici, spazi pubblici e luoghi insoliti del borgo, offrendo ai visitatori un percorso espositivo unico.

Le immagini in mostra raccontano il presente attraverso lo sguardo della fotografia, che diventa testimone e strumento di indagine delle trasformazioni sociali, culturali e ambientali del nostro tempo.

Il tema dell’edizione di quest’anno, “Beautiful Country”, è dedicato all’Italia e propone un’indagine sull’identità visiva e culturale del Paese, invitando il pubblico a riflettere sui suoi paesaggi, le sue contraddizioni, le sue tradizioni e le sue continue trasformazioni. www.cortonaonthemove.com

Chiude il 1° novembre.

Come andarci?

Puntate Arezzo in Treno e poi autobus oppure bicicletta, se avete gambe, per vedere panorami toscani bellissimi a due passi dal lago Trasimeno e dall’Umbria. Forse in auto o motocicletta è più semplice e così arrivate a Cortona.

Dove dormire e mangiare a budget diversi.

Per mangiare, indiscutibilmente “La Bucaccia” cucina toscana ed aretina in particolare instradati da un Romano, un gigante dell’ospitalità.
Tel.0575.60.60.39.
www.labucaccia.it

“La Loggetta di Cortona” un ottimo ristorante affacciato sulla piazza storica ed il suo loggiato del 1200 Soddisfazione del palato e della vista.
Tel. 0575.63.05.75
www.laloggetta.com

Mangiare e dormire bene a “La Locanda del Molino”, ristorante rustico d’ottima mano femminile e belle camere in un Antico Molino a pochi passi da Cortona. Con un costo corretto.
Tel. 0575.61.40.16
www.locandadelmolino.com

Il “Monastero di Cortona” posto in posizione strategica nella città, un viaggio nel tempo in un antico monastero del 40 dove non manca la spa e la piscina. Un’ esperienza bella ed unica con un ottimo riposo, un buon investimento.
Tel. 0575.178.58.39
www.monasterodicortona.com

Per ulteriori info www.comune.cortona.ar.it

Fotografie edizione 2024

Frase che può sembrare provocatoria, ma fino a un certo punto. Se lo chiedeste agli stessi designer, quelli veri, quelli che con le immagini ci combattono ogni stagione, molti finirebbero comunque lì. Prima o poi, in qualche moodboard, in una reference dimenticata sopra un tavolo di studio, Bowie compare sempre.

Ed è interessante che accada proprio nella moda. Perché forse è stato il primo territorio a capire davvero cosa Bowie stesse facendo. O meglio: a capire che non stava semplicemente “vestendosi”. Stava costruendo un linguaggio.

La moda, fino a un certo momento, aveva ancora un rapporto abbastanza rigido con l’abito. Eleganza, appartenenza, status, trasgressione perfino, ma dentro codici abbastanza riconoscibili. Bowie invece rompe qualcosa. Trasforma l’immagine in narrazione continua. Crea personaggi. Lo stile si evolve e diventa mutazione continua.

Ed è probabilmente lì che nasce molta della moda contemporanea.

L’idea che una collezione possa essere un alter ego. Che un brand possa funzionare come una personalità parallela. Che il vestire non serva a rappresentare ciò che si è, ma anche ciò che si potrebbe diventare. O fingere di essere.

Oggi sembra normale. Ogni stagione deve avere un mondo, un racconto, un’identità emotiva. Ma negli anni Settanta questa idea non era ancora così evidente. Bowie invece la rende popolare, leggibile, quasi inevitabile.

La moda capisce immediatamente il potenziale di quella costruzione. Perché Bowie non separava mai il corpo dalla performance. Silhouette, trucco, postura, colore dei capelli, teatralità, fotografia, movimento: tutto faceva parte dello stesso sistema visivo.

Le collaborazioni con  Kansai Yamamoto restano decisive proprio per questo,  performance che passavano attraverso il vestito. La moda smetteva di decorare il corpo e iniziava a trasformarlo.

E forse è qui che Bowie diventa fondamentale per i designer. Oltre che per  una questione estetica, le tute, il glam, il make-up, perché introduce un metodo. L’idea che la moda possa costruire identità temporanee. Personaggi. Eteronimi quasi.

Mi viene in mente Pessoa. L’idea di essere diversi da sé stessi. Oppure certi personaggi di Fellini, che sembrano vivere sospesi tra autobiografia e invenzione. Bowie rende tutto questo visibile dentro la cultura pop e la moda assorbe immediatamente quel meccanismo.

Anche la questione del genere cambia completamente. Bowie mina i confini tra maschile e femminile in un’epoca in cui il menswear era ancora estremamente rigido. Ma la cosa interessante è che la moda comprende subito la forza visiva di quell’ambiguità, come possibilità estetica nuova.

Gran parte del linguaggio contemporaneo, dal genderless al tailoring contaminato dal rock, fino all’ossessione attuale per la “fashion identity”, nasce anche da lì.

Per questo Bowie continua a tornare nella moda contemporanea, perché ha indotto una struttura mentale, perché ha insegnato alla moda una cosa che oggi sembra ovvia: l’immagine serve per creare un universo intero.

La moda non anticipa quasi mai il futuro. Ha un talento molto più raro: riconoscerlo quando arriva da altrove.

Ferruccio Pozzoni