Ci sono immagini che arrivano prima del loro tempo. Questo è il racconto di un metodo che ho visto ripetersi, sotto forme diverse, senza mai chiedergli il nome.

Vidi Back in the Days, il libro di fotografie di Jamel Shabazz. Lo comprai d’istinto.

Quelle immagini raccontavano i ragazzi di New York attraverso gli abiti, le posture, gli atteggiamenti: una cultura che sembrava avere già trovato il proprio linguaggio visivo.

Per qualche anno il libro rimase lì, in attesa.
Poi si riaccese la curiosità. Una foto, una collezione, una campagna.

Koto Bolofo, acclamato fotografo, individuò Islington, a nord di Londra, come luogo dove scovare giovani della metà degli anni Duemila, discendenti inconsapevoli dei ragazzi fotografati da Shabazz, con quell’attitudine che continuavano a esprimere senza conoscerne l’origine.

Lui spiegava e io li vedevo ascoltare con attenzione.

In quella scena c’era già una delle caratteristiche dell’Hip Hop: prendere ciò che esiste, spostarlo, modificarlo e trasformarlo in qualcosa che appartenga a una nuova generazione.

I primi segnali: nel 1996, da Romeo Gigli, c’è Tupac con la fidanzata Kidada Jones. Accompagnato dai suoi bodyguard, sfila in passerella per la collezione maschile SS97 con un abito oro e l’immancabile medaglione della “Death Row Records”. La stessa settimana, sempre a Milano, si esibisce con California Love alla presentazione di Gianni Versace.

Un corpo e un linguaggio non previsti in quelle sale, che la sala accolse per curiosità, per moda, senza ancora capire cosa stesse per succedere davvero.

Una trasformazione più profonda stava già maturando nella strada.

Dapper Dan, ad Harlem, aveva intuito il potere dei codici del lusso. Prendeva loghi e materiali delle grandi maison, li ricostruiva sui propri capi e li restituiva a un pubblico diverso. Il procedimento ricordava il sampling: un materiale esistente veniva isolato, manipolato, ricomposto e dotato di una nuova identità.

Quella stessa logica, appartenuta alle fotografie di Shabazz, sarebbe riemersa molti anni dopo nel lavoro di Ye.

Quando lo incontrai, il suo progetto era ancora in formazione.

Una sera ricevetti una telefonata.

“Hi, it’s Kanye.”

Voleva incontrarmi.

L’incontro avvenne in un hotel a Parigi, dove aveva affittato un intero piano. Erano tutti scalzi. C’erano almeno trenta persone distribuite intorno a diversi tavoli: musica, video, stage, merchandising, moda.

Ye passava da un tavolo all’altro con una lucidità sorprendente.

Quella stanza era già la rappresentazione del progetto che stava cercando di costruire. Mi parlò di Stax: musica, moda, architettura, cibo, immagini, tutto dentro un’unica identità. Una sorta di Bauhaus contemporanea.

Lo ascoltavo e pensavo che fosse una follia.

Ma era esattamente il tipo di follia che stavo cercando.

“It’s hard work”, replicai.

“Yes, I know. That’s why I need people like you.”

Una settimana dopo mi chiamò per sapere se avessi deciso. Gli dissi di sì.

Mi parlò del suo nuovo album: Yeezus.
Lo ascoltai e qualcosa si mise a posto.

Non era Rap nel senso in cui fino ad allora avevo pensato al Rap. Era qualcosa di più ampio, più disturbante, più difficile da classificare.

“Non credo mi sarei mai avvicinato al Rap senza questo disco.”

La musica mi aveva fatto comprendere il progetto meglio di qualsiasi spiegazione.

Ye guardava agli oggetti come a materiali da spostare e ricomporre, utilizzando capi già esistenti come materia prima. Gli interessava il loro vissuto, la loro superficie, la memoria contenuta nell’oggetto. Il processo consisteva nel farli attraversare da una nuova idea fino a trasformarli.

Il compito del team creativo: il processo progettuale tra creatività e tecnica.

Un breve cenno per chi è estraneo alla materia.

“La programmazione di una tela”.

La prima fase è la creazione di una mappa concettuale, nella quale si evidenziano gli argomenti principali, l’atmosfera che deve permeare la collezione, le forme, l’aspetto dei tessuti, i colori.

Si producono i disegni e si procede con la ricerca accurata dei “samples” da utilizzare per forma e vestibilità, che nel caso specifico servono a creare il simulacro del prodotto finale.

Si danno indicazioni ai modellisti per creare la prima base: un prototipo grezzo realizzato con una tela bianca, in gergo semplicemente “tela”, sulla quale si verifica la vestibilità e si procede con la sdifettatura.

Contestualmente si procede con le prime prove di tintura e lavaggio sui tessuti assegnati, per verificarne la reazione.

Si produce il primo prototipo vero e proprio, con il tessuto, la forma e i trattamenti scelti.

Il primo prototipo è ancora una fase intermedia: si modificano i dettagli, si verifica la costruzione, si mette a punto la vestibilità, si controllano i restringimenti e la reazione dei componenti nei casi di tintura a capo finito.

Lavaggi e sovratinture necessitano di ulteriori controlli specifici.

Il prodotto ancora prima del nome.

Eric, un amico e collega, collaborava al progetto. Mi raccontò l’aneddoto dei Daft Punk.

“Aveva dato loro alcuni samples e chiesto di lavorarci. Il risultato aveva inevitabilmente il loro suono. Ye lo affidò allora a un giovanissimo DJ, chiedendogli di rovesciarlo completamente. Quando tornò ai Daft Punk, rimasero sorpresi.”

Quella storia mi spiegò il suo metodo.

Di nuovo il telefono.

“What kind of music are you listening to these days?”

“The Eraser, by Thom Yorke.”

“Me too.”

Gli risposi citando il verso:

“We think the same things at the same time.”

Sincronicità, connessione.

Qualche tempo dopo, durante una sessione di lavoro, prima di cominciare mise proprio quel CD.

La musica costruiva il mood dal quale il lavoro doveva nascere.

Ye conosceva profondamente i codici del Rap e sapeva quanto fosse difficile modificarli. Ripeteva: “We are the new rockstars, Rap is the new Rock’n’Roll.”

Come dargli torto? Sulle copertine non c’erano rockstar.

L’idea di rubare qualche simbolo faceva già parte del metodo.

Il primo cortocircuito avvenne quando cominciò a portare jeans stretti. Lo diceva con un po’ di amarezza: il suo mondo non lo capiva, non era pronto. Tentarono di dissuaderlo; era considerato un tradimento.

L’oversize, più che la regola, era il dogma. La silhouette aveva un significato e ogni scelta apparteneva a una cultura precisa.

Lui aveva deciso di spostare quel codice.

Con Adidas arrivò il passaggio successivo: trasformare quell’idea in un prodotto industriale.

Era la fine del 2014.

Il rapper non era più soltanto qualcuno che indossava la moda. Diventava autore d’immagine, collaboratore, infine creatore.

Yeezy Season 1 stava per arrivare.

Feci un video in cui Ye si produsse in un esilarante siparietto. Succedeva di solito quando provava su se stesso qualcosa che sentiva suo.

“You want the future? Here is the future.”

Ho perso quel video.

La frase, invece, è rimasta.

Ripensandoci oggi, quel futuro era un modo di costruire moda attraverso musica, persone, immagini, materia e tecnologia.

Shabazz aveva fotografato un linguaggio mentre nasceva.

Dapper Dan aveva preso i codici del lusso e li aveva trasformati per un’altra cultura.

Ye aveva portato quella stessa attitudine dentro un sistema creativo e industriale, fino a modificare il processo stesso attraverso cui un prodotto poteva nascere.

Tre momenti diversi della stessa intuizione.

Forse è questo che l’Hip Hop ha lasciato alla moda: la possibilità di guardare ciò che esiste come materia ancora aperta, pronta a essere spostata, campionata, contaminata e restituita con una nuova identità.

We think the same things at the same time.

Ferruccio Pozzoni

Frase che può sembrare provocatoria, ma fino a un certo punto. Se lo chiedeste agli stessi designer, quelli veri, quelli che con le immagini ci combattono ogni stagione, molti finirebbero comunque lì. Prima o poi, in qualche moodboard, in una reference dimenticata sopra un tavolo di studio, Bowie compare sempre.

Ed è interessante che accada proprio nella moda. Perché forse è stato il primo territorio a capire davvero cosa Bowie stesse facendo. O meglio: a capire che non stava semplicemente “vestendosi”. Stava costruendo un linguaggio.

La moda, fino a un certo momento, aveva ancora un rapporto abbastanza rigido con l’abito. Eleganza, appartenenza, status, trasgressione perfino, ma dentro codici abbastanza riconoscibili. Bowie invece rompe qualcosa. Trasforma l’immagine in narrazione continua. Crea personaggi. Lo stile si evolve e diventa mutazione continua.

Ed è probabilmente lì che nasce molta della moda contemporanea.

L’idea che una collezione possa essere un alter ego. Che un brand possa funzionare come una personalità parallela. Che il vestire non serva a rappresentare ciò che si è, ma anche ciò che si potrebbe diventare. O fingere di essere.

Oggi sembra normale. Ogni stagione deve avere un mondo, un racconto, un’identità emotiva. Ma negli anni Settanta questa idea non era ancora così evidente. Bowie invece la rende popolare, leggibile, quasi inevitabile.

La moda capisce immediatamente il potenziale di quella costruzione. Perché Bowie non separava mai il corpo dalla performance. Silhouette, trucco, postura, colore dei capelli, teatralità, fotografia, movimento: tutto faceva parte dello stesso sistema visivo.

Le collaborazioni con  Kansai Yamamoto restano decisive proprio per questo,  performance che passavano attraverso il vestito. La moda smetteva di decorare il corpo e iniziava a trasformarlo.

E forse è qui che Bowie diventa fondamentale per i designer. Oltre che per  una questione estetica, le tute, il glam, il make-up, perché introduce un metodo. L’idea che la moda possa costruire identità temporanee. Personaggi. Eteronimi quasi.

Mi viene in mente Pessoa. L’idea di essere diversi da sé stessi. Oppure certi personaggi di Fellini, che sembrano vivere sospesi tra autobiografia e invenzione. Bowie rende tutto questo visibile dentro la cultura pop e la moda assorbe immediatamente quel meccanismo.

Anche la questione del genere cambia completamente. Bowie mina i confini tra maschile e femminile in un’epoca in cui il menswear era ancora estremamente rigido. Ma la cosa interessante è che la moda comprende subito la forza visiva di quell’ambiguità, come possibilità estetica nuova.

Gran parte del linguaggio contemporaneo, dal genderless al tailoring contaminato dal rock, fino all’ossessione attuale per la “fashion identity”, nasce anche da lì.

Per questo Bowie continua a tornare nella moda contemporanea, perché ha indotto una struttura mentale, perché ha insegnato alla moda una cosa che oggi sembra ovvia: l’immagine serve per creare un universo intero.

La moda non anticipa quasi mai il futuro. Ha un talento molto più raro: riconoscerlo quando arriva da altrove.

Ferruccio Pozzoni